Il cielo è limpido, ma il freddo pungente e l'umidità entrano nei vestiti, si attaccano alla pelle, arrivano fino alle ossa.

 

 

 

 

Le mura del campo alte, immense, dominano la collina. Mi sento piccolo, ma percepisco tutta la gioia di essere nato negli anni novanta.

 

 

 

 

All'interno del campo la guida parla; i nomi, i numeri, le date si schiantano contro un silenzio denso e angosciante.

103.000 morti: uomini, donne, bambini, anziani.

Sembra di vedere ancora il cortile pieno di corpi esausti, magri, scavati, chiamati per numero...già per numero, c'è troppa dignità in un nome.

 

 

 

 

Sembra di udire ancora il pianto ed i singhiozzi di un bambino che ha visto sua madre stuprata e picchiata, di un bambino che ha visto suo padre morire di fame, di stenti, cedendo a lui,come ultimo gesto d'amore, la propria razione di cibo.

Quante lacrime e quanto sangue ci sono su queste pareti?

Quanto odio e quanta tristezza ci sono in queste stanze?

Quanti occhi si sono spenti qui e quante bocche hanno lasciato questo mondo con grida strazianti?

 

 

 

 

Passo dopo passo sento crescere uno strano malessere, si respira una coltre di morte, la voglia di uscire è incontenibile, stare in questo luogo crea panico e sgomento.

Qui, a Mauthausen, ogni fossa comune, il filo spinato, ogni pietra, tutto chiede di non dimenticare.

Perchè non accada mai più!

 

Discant viventes mortuorum sorte
 

 

Imparino i vivi dalla storia dei morti.

Maicol Indino VE