Innanzitutto, credo sia opportuno sottolineare il fatto che abbiamo già raggiunto un risultato, che consiste nell’essere qui con la presenza delle Istituzioni a commemorare, nell’ambito della Giornata della Memoria, in particolare lo sterminio degli omosessuali; non è un fatto scontato, se pensiamo che pochi giorni fa il preside di un Liceo di Ponticelli (NA), non appena è venuto a sapere che il tema della Giornata sarebbe stato proprio l’Olocausto degli omosessuali, si è affrettato ad annullare l’iniziativa. E’ il sintomo di un deficit culturale di cui tornerò a parlare dopo.
Ora, ci sono due modi di esercitare la memoria di fatti accaduti: una maniera passiva, che consiste nella celebrazione formale compiuta costruendo un muro separatorio fra la tragedia del passato e la situazione presente, e una maniera attiva, che fa della memoria stessa uno strumento di interpretazione della realtà attuale e un’arma di difesa contro un ricorso storico che è ritenuto, ahimè, sempre possibile, anche se in forme assai diverse (Marx direbbe: “prima sottoforma di tragedia, poi sottoforma di farsa”).
Ritengo, assai immodestamente, di avere la ragione dalla mia parte quando affermo che solo la memoria attiva ha un senso e un’utilità, mentre quella passiva, nel peggiore dei casi, può essere addirittura dannosa e controproducente, dato che troppo spesso si ricorda il passato per distogliere l’attenzione dal presente.
In quest’ottica ritengo che la riflessione imposta oggi dalla Giornata della Memoria debba - per forza di cose, a causa dell’attuale panorama nazionale - assumere caratteri non retorici.
Negli ultimi tempi, infatti, stiamo assistendo a pratiche diffuse di discriminazione, dal livello istituzionale (mancano ancora una regolamentazione delle unioni civili e una legge sull’omofobia) fino a quello della strada, dove queste pratiche diventano veri e propri atti di aggressione non solo verbale, ma fisica.
Indagare le cause di questa degenerazione è assai arduo, ma è possibile stabilire una relazione fra la riacutizzazione del fenomeno dell’omofobia e il massiccio ritorno in campo di una cultura maschilista, che viene oggi proposta, oltre che dai “soggetti storici” tra i quali possiamo individuare le gerarchie religiose, anche dai mass media e dalla macchina pubblicitaria, fino a trovare esempi ai vertici del potere. Questo nuovo maschilismo svela ed esplicita il vero volto del vecchio: mentre un tempo la mercificazione della donna veniva mascherata dal velo ideologico dell’onorabilità e del falso senso del pudore, i rapporti economici sviluppatisi oggi permettono di far passare direttamente l’idea della donna-merce, idea che fa parte della stessa mentalità comune che discrimina gli omosessuali.
La realtà italiana si ricollega a una situazione globale non certo più rassicurante: una quantità enorme di Paesi considera l’omosessualità un crimine, e tra questi alcuni prevedono la pena di morte: una teocrazia come l’Iran, ma anche alleati a vario titolo dell’Occidente come l’Arabia Saudita o l’Afghanistan. Non è un caso, e questo è un dato a favore della tesi precedente, che in tutti questi Paesi domini una cultura maschilista che, in questi casi, è istituzionalizzata, portando quindi alla negazione di diritti fondamentali alle donne. La declinazione su questo fronte della crisi delle istituzioni a livello internazionale si esprime mediante il fallimento della proposta della depenalizzazione dell’omosessualità in sede Onu.
E’ chiaro che l’impegno imposto dall’esercizio della memoria attiva, esercizio che oggi stiamo cercando di compiere, è assai arduo, perché si tratta di intervenire su una variabile difficilmente modificabile, ovvero il senso comune. A complicare ulteriormente le cose, sta il fatto che il deficit culturale si accompagna a un deficit di coscienza civile e politica, che a sua volta è alla base della crisi delle istituzioni di cui parlavo prima, causando un circolo vizioso letale per la nostra convivenza democratica.
L’ottimismo della volontà mi sollecita a sperare, impegnarmi e chiedere alle Istituzioni qui presenti di impegnarsi affinché si possa invertire la rotta: un buon modo per cominciare è la meditazione sulla tragedia passata; un ottimo modo per terminare, almeno dal punto di vista del diritto, sarebbe stabilire quelle norme che possano porre fine alla farsa presente.

Marco Guarguaglini