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“Allora per la
prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole
per esprimere questa offesa,la demolizione di un uomo .In un
attimo,con intuizione quasi profetica,la realtà ci si è rivelata.”
(Primo Levi, Se questo è un uomo)
Un campo:Mauthausen. L’aspetto di questa imponente struttura però
non corrisponde più a quello che aveva durante gli anni dello
sterminio:i restauri, le riparazioni,e l’apertura al pubblico
l’hanno resa gradatamente più umana. Ma sotto i sottili strati di
vernice nuova traspirano ancora le mostruosità che sono avvenute in
quel luogo.
Dal momento in cui i deportati varcavano il portone di ingresso,
essi erano considerati niente più di un numero, li identificava un
triangolo al petto di colore diverso per diverse colpe: rosa per gli
omosessuali, verde per i criminali comuni, viola per i testimoni di
Geova, nero per zingare e prostitute, rosso per i prigionieri
politici, blu per gli immigrati e la stella di david gialla per gli
ebrei . Il lavoro estenuante ,il cibo insufficiente, il sadico gioco
di mettere gli uni contro gli altri servivano a distruggere gli
uomini da qualunque punto di vista: fisico, morale, psicologico.
La giornata infatti prevedeva circa dieci ore di attività nella cava
e la salita attraverso la ripida scalinata della morte.
L’età, ovviamente,non contava per la distinzione dei lavori,ma
dall’anziano al bambino, ogni diritto era negato.
A seconda della costituzione fisica del prigioniero l’aspettativa di
vita poteva variare da pochi giorni a circa un anno.
Le ultime baracche dei deportati, ancora conservate, nonostante ora
siano vuote e pulite, riescono comunque ad evocare l’idea di sangue
e di morte. La sensazione di claustrofobia nelle camere a gas e
l’orrore muto alla vista dei forni crematori sono accentuati dallo
scoprire che quelli stessi forni usati per incenerire persone erano
stati prodotti da un’ industria pubblica, la stessa che vendeva
stufe alle famiglie tedesche.
Pensare che tutto ciò che è avvenuto tra quelle mura suscitasse in
alcuni emozioni che oscillavano dal divertito al compiaciuto,
passando per una fredda indifferenza è forse uno dei più feroci
attacchi all’idea di “diritto” e di “vita” stessa.
La visita al campo di Mauthausen ci ha lasciato molto di più di
tante altre esperienze.
Ci ha aiutato a comprendere quella che è anche la nostra storia.
Un'esplicativa frase di Primo Levi riassume il senso del nostro
intervento,recita:
”-Warum?-(Perché?)gli ho chiesto nel mio povero tedesco.- Hier ist
kein Warum(qui non c’è nessun perché).La spiegazione è ripugnante ma
semplice”.
Ciò che intendiamo chiarire è che non possiamo spiegare perchè essi
abbiano agito così, d'altronde la maggior parte era talmente
coinvolta da ubbidire senza obiezioni, senza pensare realmente a ciò
che faceva. Ma è nostro dovere comprendere cosa ha portato un'intera
nazione a smettere di pensare con la propria testa.
Se arriviamo a conoscere il percorso che è stato seguito possiamo
eluderlo.
Sarà bene dire a chi non sa e ricordare a chi sa che la memoria è
l’unica arma che l’uomo ha per evitare che tutto questo si ripeta.
Erica Pezzica, Damiano Cenderelli, Elisa Rosini, Claudio Gasperi,
Davide Barbieri
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