Il nome del protagonista della nostra storia è Pawel Sawicki. Pawel non è il classico personaggio di un aneddoto tipico del giorno della memoria. Non è un gerarca nazista, o un soldato russo o un prigioniero ebreo. Pawel è un dipendente di un museo. Per essere precisi è il custode del museo lager di Auschwitz, che il 18 Dicembre 2009 scoprì il furto della targa “Arbeit macht frei”, la scritta che con una crudela ironia e una promessa irrealizzabile accoglieva gli internati. Cinque giorni dopo la polizia arrestò il ladro e recuperò la refurtiva. Si venne a sapere che il furto era stato commissionato da un gruppo neo-nazista svedese, che intendevano impossessarsene per farne un oggetto di culto hitleriano. Cosa significa questo? Significa che più di sessant’anni dopo l’Olocausto, ancora esistono il pregiudizio e l’odio razziale e molte persone ne fanno parte integrante del loro credo politico. L’odio tra diversi non è comunque una novità: sin da quando l’uomo ha iniziato a relazionarsi e ha cominciato a formarsi un tessuto sociale, la superstizione e la paura del diverso sono diventate componenti principali dell’interagire umano. La paura è la causa prima: odiamo solo ciò che temiamo, e il diverso, per istinto, ci fa paura. Ciò di cui non abbiamo timore è relegato alla nostra indifferenza o addirittura ci piace. In ogni caso l’uomo non può e non deve farsi comandare dall’istinto, altrimenti sarebbe un animale. L’essere umano invece, disponendo della ragione, è in grado di comprendere che le uniche differenze che esistono sono quelle che noi stessi imponiamo, le uniche difficoltà insormontabili sono quelle che non vogliamo superare e l’unico vero ostacolo all’uguaglianza dell’uomo siamo noi stessi. Gli esempi di pregiudizio e odio indiscriminato sono moltissimi: si va dai più noti, come appunto gli stermini degli ebrei perpetrati da Hitler, fino a quelli meno conosciuti, come gli Armeni uccisi dai Turchi nei primi anni del Novecento. Anche gli omosessuali, come tutti coloro che vengono definiti “diversi”, sono stati e sono oggetto di pregiudizi e atti di violenza. Furono centomila i cittadini tedeschi omosessuali morti nei campi di concentramento. Ma purtroppo la storia è piena di esempi di intolleranza. Esempi che dovrebbero insegnare, che dovrebbero rendere manifesta l’idiozia umana, che spesso raggiunge livelli incredibili. Ma tuttavia, ripetendo quello che si è detto all’inizio, ancora oggi questa idiozia stenta a spegnersi. Sono recenti gli episodi di violenza contro persone omosessuali, avvenute a Roma, nelle vicinanze di un locale gay. Brutalità e soprusi sono all’ordine del giorno. E questo non riguarda solo il mondo omosessuale, ma anche quello dell’immigrazione. I recenti episodi avvenuti a Rosarno ne sono un chiarissimo esempio. Ma forse a questo punto è meglio fermarsi a riflettere. Il Nostro Paese sta attraversando un periodo durissimo dal punto di vista sociale. Da una parte problemi e difficoltà che coinvolgono il mondo intero, la crisi economica, il terrorismo e una nuova e repentina riscoperta del mondo gay, dall’altra problemi peculiarmente nazionali, come una forte immigrazione, soprattutto quello irregolare, che spinge ad un processo di integrazione, un processo partito male, che sta peggiorando. È come un treno in corsa con una ruota al di fuori dei binari: con l’andare, prima o poi il treno intero deraglierà. E questo è quello che è successo in Calabria. Una cospicua presenza di immigrati, ridotti al rango di schiavi da esponenti di un altro grandissimo problema italiano, la mafia,  e un mal contento popolare dilagante sono esplosi nei disordini e nelle violenze. Solo l’intervento delle forze dell’ordine ha permesso il ritorno di un’apparente calma. Anche se aggravata dalla presenza della ‘Ndrangheta, la situazione di Rosarno è simile a moltissime altre in tutta Italia e il rischio di nuove sommosse è altissimo. Non ho alcuna intenzione di accusare gli immigrati, persone spinte alla disperazione dalle terribili situazioni dei loro paesi, ma tanto meno voglio lanciarmi in un “mea culpa” del popolo Italiano, confuso da una circostanza che sta sfuggendo dal controllo dello Stato stesso. Il problema dell’integrazione ci coinvolge tutti, senza eccezione di religione o colore della pelle. Gli errori sono stati da entrambe le parti, ma ora dobbiamo impegnarci per evitare che una difficile integrazione si trasformi nuovamente nel pregiudizio e nell’odio razziale che hanno tristemente caratterizzato il secolo precedente. Il percorso da intraprende è molto difficile, forse non ha nemmeno un arrivo, ma è nostro dovere percorrerlo, per poter migliorare la nostra Italia, per renderla più libera. La libertà infatti non è un valore assoluto; è inserita all’interno della possibilità che è condizionata dal mondo reale. Intervenire sulla realtà di tutti i giorni, sulla nostra quotidianità, rendendoci meno intolleranti e più disponibili al dialogo, estendendo di conseguenza le possibilità di scelta per ognuno di noi, aumentando il campo del libero arbitrio a ciascuna donna o uomo è l’unico modo per essere più liberi. La libertà di essere felici e vivere con dignità, purtroppo, non è un diritto insopprimibile. Difendere la nostra libertà e se possibile aumentarla, è una sfida che ci coinvolge tutti. È una sfida difficile, ardua e costellata di pericoli. Ma insieme, uniti, possiamo farcela.

Alessandro Galgani